LA “BUONA SCUOLA” E’ QUELLA LIBERA DALLA GUERRA

GIORNATA DI FORMAZIONE

Il 13 marzo 2025 si è tenuta a Brescia, nell’aula Magna dell’ ITCS “Abba-Ballini”, una giornata di formazione per il personale della scuola pubblica statale. Il titolo dell’incontro era “Per una scuola democratica e libera dalla guerra”.

Ente organizzatore dell’iniziativa il CESP (Centro Studi per la Scuola Pubblica), con la collaborazione di varie realtà territoriali (Collettivi “Assenze Ingiustificate”, “Nomen Nescio” e “Gardesano”, sindacato Cobas).

Si è trattato di una densa mattinata che ha offerto molti spunti di riflessione sulla fase attualmente attraversata la scuola italiana.

LA “MILITARIZZAZIONE DELL’ ISTRUZIONE”

L’attenzione si è concentrata sull’ inquietante fenomeno che si sta verificando in un contesto che vede una accelerazione della tendenza alla guerra. Di essa si torna normalmente a parlare anche nelle aule. E in questo contesto si registra, appunto, una sorta di “militarizzazione dell’ istruzione”.

Come ha rilevato nel suo intervento di apertura dei lavori (“La militarizzazione delle scuole e il ritorno della leva”) Serena Tusini, docente e ricercatrice presso l’ “Osservatorio contro la Militarizzazione delle scuole e delle Università”, le Forze Armate entrano ormai da protagoniste con sempre maggior frequenza nei luoghi dell’ istruzione. A partire da quelli dell’ infanzia per arrivare ai centri universitari.

CENTINAIA DI “PROGETTI”

Fin dal 2019 è stato attivato infatti un “Piano di comunicazione del Ministero della Difesa” che prevede molteplici interventi negli istituti di ogni ordine e grado, per un totale attualmente di 196 “progetti”. Essi sono schedulati con tanto di indicatori di obiettivi, target, attività, budget. Sono inoltre collegati a protocolli d’ intesa tra Forze Armate e Ministero dell’ Istruzione del Merito.

I campi di interesse risultano tra i più svariati. Si va dalle attività di “orientamento” nelle scuole secondarie di secondo grado per favorire gli arruolamenti (Progetto “Carriere in divisa”), all’ intrusione nei PCTO con proposte di “alternanza scuola /lavoro” nelle strutture militari e nelle caserme; dalle visite delle classi di scuola elementare agli aeroporti militari, ad ufficiali di esercito, carabinieri e polizia che parlano agli studenti di Costituzione nei percorsi di Educazione Civica, per arrivare agli incontri  sull’ uso del manganello e sull’ utilizzazione delle pistole e dei taser per bloccare i malviventi.

UN CAMBIAMENTO STRUTTURALE

Soprattutto negli ultimi due anni e mezzo il mondo delle armi è andato a cercare i giovani nelle scuole.

Ci troviamo dinanzi ad un cambiamento strutturale.

Il fine ultimo è quello di diffondere, sotto l’ etichetta di “cultura della difesa”, i valori della Patria, del Sacrificio, della centralità del comparto bellico come volano dell’economia. Per imparare, più che a pensare, a obbedire.

Funzionali a questo mutamento profondo del modo di concepire l’ educazione e l’ istruzione che si intende implementare sono allora anche altri aspetti.

Ne hanno parlato nei loro contributi Renata Puleo, già maestra di Scuola elementare a Torino negli anni Settanta, successivamente Direttrice didattica a Torino e a Roma, dal 2000 Dirigente scolastica di un istituto comprensivo e di un CTP (istruzione degli adulti), oggi componente della “Rete Educazione Ecologica” e Marco Meotto, ricercatore nell’ambito della storia sociale tra età moderna ed età contemporanea, della “Rete Scuola per la Pace- Torino e Piemonte”.

La prima ha affrontato il tema “Premiare e punire: come la retorica del merito alimenta la repressione (di insegnanti e alunni)”. Il secondo ha approfondito l’ argomento “Patria, individuo e mercato. L’ Educazione Civica nella scuola neoliberale”.

Mentre Giorgio Beretta,  analista del commercio di sistemi militari e dei rapporti tra finanza e armamenti, nonché animatore dell’ “Osservatorio Permanente Armi Leggere” e della “Rete Italiana Pace e Disarmo”- intervenendo su “Il flagello della guerra e le vie della pace: la corsa agli armamenti e il diritto internazionale”- ha rilevato come le scelte che si stanno compiendo in campo educativo siano in evidente contrasto con l’ articolo 11 della Costituzione italiana e con i principi sanciti dalla Carta dell’ ONU del 1945. Ha poi sottolineato che, dopo la fine del Secondo conflitto mondiale, lo spartiacque tra pace e guerra era stato per otto decenni segnato dalla presenza di armi nucleari. Ma oggi questo elemento dirimente viene sminuito ad un accessorio in possibili nuovi scenari di scontro tra potenze.

IL VERO MOTIVO

Ci si chiede il motivo di questo cambio di paradigma così profondo.

La spiegazione che hanno dato i relatori sta nel mutamento verificatosi recentemente nella “forma della guerra”.

Assistiamo infatti ad un ritorno dello scontro armato simmetrico tra Stati nel cuore dell’ Europa. Esso richiede di nuovo uomini da schierare sul campo. Dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda, si erano verificati una diminuzione delle spese per gli armamenti ed un passaggio in molti Stati occidentali dalla leva di massa alla leva volontaria.

Ma con il riapparire della possibilità di guerre totali tra grandi potenze con rispettivi alleati, la necessità di una “cultura della difesa”, propedeutica alla reintroduzione della leva obbligatoria (in Italia finora sospesa, ma non abolita) con parità di genere, è diventata impellente.

FILIPPO RONCHI